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“Hunger Games. Ballata dell’usignolo e del serpente”: analisi dell’opera e recensione

Hunger Games. Ballata dell’usignolo e del serpente di Suzanne Collins

Il mio voto: 5 of 5 stars

Hunger Games si conferma una delle mie opere preferite. In assoluto.
Ho divorato Hunger Games. Ballata dell’usignolo e del serpente come divorai, a suo tempo, la trilogia. Non mi capacito, sinceramente, di quelle recensioni molto poco entusiaste cui mi è capitato di imbattermi nei mesi passati.

Attenzione: questo articolo è un’analisi dell’opera e
potrebbe PERTANTO contenere degli spoiler.

Il quarto capitolo di Hunger Games (tecnicamente, uno spin off) rappresenta il sogno di tutti i fan della saga, nonché una fantastica fonte di ispirazione per gli appassionati di teoria politica. Sì, perché a differenza di quanto recentemente prodotto da J.K. Rowling in relazione al Wizarding World, Suzanne Collins non ha perso un colpo.
Ballata dell’usignolo e del serpente ha tutto, compreso quello stato di crescente angoscia che fa da sfondo alle vicende di Panem. Se in La Ragazza di Fuoco e, forse soprattutto, Il canto della rivolta l’intera narrazione ha potuto concentrarsi rispettivamente sulla 75esima edizione e su quella che potremmo definire una 76esima non cannon, questo nuovo capito torna un po’ alle origini narrative. Sì, perché i decimi Hunger Games erano ovviamente molto differenti dai 74esimi. E come non ringraziare l’autrice per aver dipanato i dubbi che ogni lettore attento si era fatto venire, rispetto alle origini dei giochi?
Come non adorare i riferimenti alla trilogia, persino integrando la sua trasposizione cinematografica? La Collins ha quasi trasformato la sua opera in una saga familiare. Riconosciamo gli Snow, Coriolanus e Tigris; i Creed; gli Heavensbee; i Crane; e in qualche modo, non volendolo, persino gli Everdeen.

I personaggi

Parlando dei grandi ritorni antelitteram da Panem, non possiamo non apprezzare la profondità donata al protagonista di questo nuovo-vecchio capitolo. Mi piace pensare a Coriolanus Snow come a un Alexis de Tocqueville della nuova rivoluzione. Come il grande sociologo, Coriolanus appartiene a una delle famiglie più influenti, più antiche, più amate ed esposte dell’Antico Regime made in Panem. Allo stesso tempo, appartiene anche a quella nuova generazione che conserva in sé un vago ricordo della guerra, ma che non può in alcun modo provare, per natura, la paura, il disgusto e il senso di vendetta che sono invece propri di chi la guerra l’aveva combattuta. Come Tocqueville, Coriolanus si trova nella scomoda posizione di colui che è nostalgico dello status quo pre-bellico, ma che è naturalmente portato ad amare la causa di chi aveva innescato la guerra stessa (che poi, in questo caso, la guerra l’ha pure persa).
La sua esistenza, all’interno dei pochi mesi in cui è ambientata la narrazione, è mutevole. Coriolanus fa il suo ingresso come il fiero discendente di una stirpe decaduta, incapace di accettare il suo nuovo ruolo all’interno di quella società che ancora aveva amato e rispettato suo padre.

Lo vediamo approcciarsi ai giochi come ci si approccia a un banale compito scolastico, lo vediamo invidiare e detestare quei compagni di scuola che gli sembrano indegni si competere con lui, in una sorta di delirio di inconsapevolezza. Assistiamo ai primi dubbi che alcuni di quegli stessi compagni riescono a inculcargli, riguardo la legittimità degli Hunger Games. Assistiamo rapiti alla nascita di un sentimento combattuto, che neanche lo stesso Coriolanus sa interpretare. Realizziamo con lui quale sia il suo posto nella società della nuova Panem, fugando ogni dubbio sulla sua relazione con Lucy Gray: un rapporto strumentale, non guidato dall’amore, ma dall’ambizione; una parvenza di sentimento che svanisce in pochi secondi, in una catapecchia abbandonata in riva a un lago. Lo vediamo accoccolarsi, perduto, nel profumo della madre, poi spazzato via dalle circostanze. La bussola del padre, unico ricordo di una vita passata a sopravvivere allo “scontro finale” della sua personale arena poco fuori il 12, simboleggia la fine di quel percorso che lo porterà, infine, a realizzare le proprie ambizioni.

Il grande merito di Suzanne Collins (merito già dimostrato nella trilogia) non è solo quello di aver dato vita a una plausibile e non troppo remota distopia: liquidare la saga con la descrizione, sentita e risentita, del fatto che l’autrice sia stata ispirata dalla contrapposizione delle immagine di guerra e dei reality show tramesse in TV, sarebbe un insulto. È ormai ovvio che ci troviamo di fronte a un fenomeno editoriale che va ben oltre il semplice concetto di romanzo. La Collins inserisce nella saga la più pura teoria politica, parlando di More, Tocqueville, Orwell, Platone, Locke, Rousseau. Hobbes. E lo fa mostrando, nel corso di quattro romanzi, quanto sia sfaccettata, perversa, mutevole, incoerente e vendicativa la natura umana. Si pensi anche solo alla 76 edizione degli Hunger Games.
Homo omini lupus.

Leggi questa recensione su Goodreads.

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